domenica 7 agosto 2011

Francesca e il ferrovecchio



Continuano puntuali le "visioni personali" di Francesca Sortino per Teatri in Città 2011.



Una carcassa di bicicletta dal suono di ruggine esce di scena lasciando spazio alla solitudine di due uomini ormai emarginati dalla società perché ridotti in rovina. Fabrizio Ferracane e Rino Marino della Compagnia Sukakaifa di Trapani sono i protagonisti di "Ferrovecchio", titolo che prende spunto da una bicicletta che si fa portavoce dei sogni inseguiti per lungo tempo in un passato che sembra ormai remoto che ha decretato un profondo cambiamento di Andrea, barbiere fallito che non si riconosce più nel suo nome.

Ad essere in scena è il rifiuto di sé stessi insomma, dopo l'emarginazione da parte di una società che si arroga il ruolo di giudice supremo della vita altrui. Il risultato è una mancanza di fiducia nelle persone che ci stanno accanto che determina un'estrema solitudine dal momento che la mancanza di rifugio nel genere umano conduce alla follia. "Gli esseri umani sono degli animali sociali", ci ricorda Seneca, e sono creati per aggregarsi tra loro; mancando questa fondamentale fonte di alimentazione del proprio spirito, l'anima si riduce ad un mero essere vegetale in fin di vita. Ciò si scorge dai tratti corrucciati del viso di Andrea, ormai incapace di sorridere se non per l'ingenuità ancora bambina, o forse per un barlume di pazzia che scorge nell'amico per il quale sembra esistere solo lo sconnesso mezzo di trasporto a due ruote il cui cigolio rimanda a tempi lontani.


Anche questa sera la sedia di un barbiere è diventata in parte protagonista della storia, metafora della giostra della giovinezza il cui ruotare ti culla in un tranquillo sonno al quale ci si abbandona facilmente perché accompagnato dalle risa che risuonano ormai soltanto nella mente.
Due personalità forse un tempo simili che appaiono del tutto mutate nel profondo delle loro essenze, si scontrano adesso facendo i conti con la dura realtà della vita che ha sottratto loro tutto: per i due vagabondi senza famiglia, la scenografia della sgangherata bottega del barbiere Andrea, diviene scenario tragico in cui queste due personalità contrapposte si fanno compagnia: da una parte fiumi di parole di una mente ingenua o consumata dalla solitudine, dall'altra un muro di insofferenza e silenzio. "Ancora cinque minuti" è l'elemosina di tempo e di amore che l'amico rivolge ad Andrea -apparentemente riluttante, ma mai del tutto in grado di mandarlo via, anche lui bisognoso di un po' di calore umano - nella cui bottega non si reca più nessuno. Il suo silenzio si contrappone alla facile favella che deve sopportare, ma è un silenzio carico di tensione e di rabbia soffocata per essere stato inchiodato ingiustamente sulla croce della "follia" da un quartiere ormai deserto, dal momento che nessuno oserebbe passare di fronte la bottega del pazzo.

La musicalità del dialetto siciliano e scambi concitati di battute fanno di questo spettacolo uno scorcio di vita ilare e divertente; una comicità tuttavia grottesca che va pian piano trasformandosi in quella tragedia che è auspicabile a tutti evitare ma che, paradossalmente, è creata dallo stesso pazzo, folle uomo: la solitudine, dalla quale questi "scarti di umanità" tentano di fuggire a cavallo della bicicletta che trasporta sogni sulla lunga strada incognita della loro esistenza.

sabato 6 agosto 2011

Teatri in Città: Day 4 - Ferrovecchio




sabato 6 agosto 2011 ore 21,00
Associazione SukaKaifa (Trapani)
FERROVECCHIO
con Fabrizio Ferracane e Rino Marino
regia di Rino Marino
scene e costumi Rino Marino
disegno luci Luigi Biondi
assistente alla regia Viviana Di Bella

Un vagabondo che trascorre sentieri interminabili, lontano da ogni alito di vita, senza tempo né meta, a cavallo di una carcassa di bicicletta, per scacciare i fantasmi del passato. Un barbiere ridotto alla rovina e stigmatizzato dal mondo degli uomini.

In una Sicilia d’altri tempi, in una sala da barba dimenticata, dove il tempo sembra essersi cristallizzato e mai più scorso da ‘quel giorno’ di tanti anni fa, due individui ai margini dell’umanità corrente si incontrano e scontrano in un contrasto stridente tra reciproco rifiuto e disperata urgenza di comunicazione.

La pièce, a dispetto di un’apparente connotazione iperrealistica, presenta inequivocabili rapporti di contiguità con un certo teatro dell’assurdo, giacché, affondando le radici nei territori della follia, finisce ineluttabilmente per approdare, attraverso lo sfaldamento della logica comune, ad una dimensione ibrida e indefinita tra il tragico e il grottesco.

Dirompe infatti, a tratti, a stemperare le tinte fosche della vicenda, quella ilarità che il nonsense riesce a suscitare, conciliando, come non di rado accade, il naturale viraggio dal drammatico al comico.

Una recitazione agile ed essenziale, che restituisce la parola nella sua crudezza, nella sua nudità, alleggerita da gravami retorici, in un’alternanza di ritmi serrati e dilatazioni temporali, fedele a una partitura linguistico-fonetica, tesa all’esaltazione della straordinaria musicalità del dialetto siciliano.

L’idea di mettere in scena questo testo, ancora inedito, nasce dall’intento di far cimentare due attori, diversi per formazione ed esperienze, con le ‘diversità’ di due personaggi, che trovano tuttavia profonde consonanze nel manifestare, ciascuno a suo modo, il proprio disagio, la propria pena di vivere. Lo spettacolo è stato finalista al PREMIO TUTTOTEATRO.COM ALLE ARTI SCENICHE “DANTE CAPPELLETTI” 2010, ricevendo menzione della giuria (per l’uso del dialetto insieme realistico ed evocativo) e premio della giuria popolare.

La compagnia Sukakaifa, diretta da Rino Marino - psichiatra, attore, regista ed autore - ha realizzato lavori teatrali e cinematografici con pazienti psichiatrici. Ha vinto la I e la II “Biennale del teatro impegnato nel disagio psichico” di Massa Carrara. Quest’anno ha messo in scena “L’altro Anfitrione” - traduzione e adattamento di Rino Marino, per la regia di Paolo Graziosi - e “Scabbia”, atto unico di Rino Marino che ne ha curato la regia. In fase di postproduzione il lungometraggio “Il viaggio di Malombra” (di R. Marino), con il contributo della Film Commission Regione Siciliana.

Francesca, Nardino, Manue' ed i frammenti di un discorso amoroso


L'emozionante performance di Filippo Luna vista da Francesca Sortino.



Una lacrima che si materializza sul volto dell'attore e gli occhi lucidi del pubblico decretano il totale successo del terzo spettacolo di "Teatri in Città 2011" dal titolo "Le mille bolle blu" tratto da un monologo del giornalista Totò Rizzo, interpretato e diretto da Filippo Luna che ha magicamente mutato il brusio iniziale in un silenzio carico di emozione.

"Sorprendente" e "passionale" sono gli aggettivi che più si addicono alla bella ed accogliente personalità di Filippo che, nell'umiltà che lo caratterizza, ha magistralmente interpretato lo struggente ruolo di Nardino, uomo privato del grande amore della sua vita: il trentenne Manuè, oramai coperto da un cumulo di terra. Deceduto precocemente, il giovane avvocato non smette di amarlo dopo trent'anni, neanche dalla tomba, e l'umile barbiere di ricambiare il suo amore.

La vicenda ha infatti inizio nella bottega di Nardino quando, inaspettatamente, il bel Manuè si alza dalla sedia capovolgendo il corso degli eventi e...lo bacia. Nardo è dapprima spaventato; dopo però non si sa se i baci furono ventiquattromila, o quarantottomila o forse più, ma dopo l'iniziale fremito di paura e sgomento che li aveva colti, quella notte si amarono ed il tempo fuggì via, come per tutti gli insaziabili amanti, per i quali ogni istante viaggia troppo velocemente senza concedere loro la possibilità di saziarsi delle mani, del calore, dei corpi. Sfortunato fu il corso degli eventi dal momento che in quel 1961 non fu facile capire ciò che stava accadendo ai due giovani: a ciascuno di essi toccò infatti in sorte una moglie e dei figli. Ma ciò non fu motivo di rottura di un così grande legame. Tra una giustificazione ed un'altra, i due continuarono a vedersi e ad amarsi per trent'anni, sino alla morte di Manuè.

Il monologo, in cui il trascorrere del tempo è scandito dai grandi successi musicali degli anni '60 e '70, è caratterizzato dalla passionalità struggente ed il grande dinamismo, che si sono rivelati gli ingredienti fondamentali di una ricetta vincente il cui risultato è l'incredibile presenza scenica in un nudo palco con al centro una poltrona da barbiere attorno alla quale sembra ruotare l'intera vicenda: il primo luogo su cui Manuè sedette e Nardino lo vide nella sua fulgida bellezza, il nido del loro primo bacio e l'insolito talamo della loro unione; luogo di felicità, gioia, malinconia, tristezza e rabbia, forziere dei loro più cari ricordi, che Nardino accarezza, abbraccia, percuote e bacia, trono dell'uomo che ha amato per una vita intera.

Quella che spesso ci si ostina a definire "perversione" per essere coerenti con "norme" che per l'appunto delimitano degli schemi che alcuni folli, ancora in grado di amare, riescono a fuggire inseguendo la voce del loro cuore, dell'istinto, della passione, è in realtà soltanto una forma di amore, sentimento universale, immanente e trascendente, che si rivela inopportuno catalogare e impossibile distinguere in giusto o sbagliato. Le convenzioni sociali sono infatti delle limitazioni che alcuni individui capaci di grandi sentimenti evitano con cura in nome di un più grande spirito di comunione che unisce gli esseri umani di qualsiasi razza, religione o sesso. Questa è infatti la vera storia di Bernardo e Manuele: i loro due nomi di battesimo non erano mai stati accostati prima se non quando, durante una visita di cordoglio, la moglie di Manuele presentò agli ospiti Bernardo come "il barbiere di suo marito". Un mazzo di fiori, mai regalato in vita, per paura di venire allo scoperto, che giace sul giaciglio freddo di Manuè, sul quale ormai non resta che versare lacrime, diventa metafora dei rimpianti di ciò che non si è fatto in vita e che, a dispetto delle aride critiche della gente e dell'importanza dell'individualità, che ultimamente appare essere sempre più nota di demerito piuttosto che viceversa: "un mazzo di fiori tra fiori di gente".

Angosciosi e toccanti i lineamenti del versatile volto di Filippo Luna il quale è riuscito a far ridere, sorridere e persino commuovere tutto il pubblico con i suoi gesti così pieni di delicatezza, passione, impeto, rabbia, frustrazione ed infine rassegnazione in quella che è stata una ringkomposition: così come si è aperta la scena in uno spiraglio di luce a rappresentare la porta di casa di Manuè, quella stessa scia luminosa è stata la piccola scenografia dell'arrendersi alla morte della persona amata; una luce troppo stretta, ormai diventata buio senza il luminoso faro che fa da guida ai naufraghi vittime del travolgente oceano-mare Amore.

venerdì 5 agosto 2011

Teatri in Città: Day 3 - Le Mille Bolle Blu



venerdì 5 agosto 2011 ore 21,00
Filippo Luna (Palermo)
LE MILLE BOLLE BLU
da un racconto di Salvatore Rizzo
diretto ed interpretato da Filippo Luna
disegno luci Emanuele Noto
suono Danilo Pasca

“Le mille bolle blu”, monologo scritto dal giornalista Salvatore Rizzo, interpretato e diretto da Filippo Luna, ha debuttato – con grande successo di pubblico e di critica – il 25 novembre 2008 in anteprima nazionale al Teatro Nuovo Montevergini di Palermo. Nel capoluogo siciliano ha avuto diverse repliche che hanno registrato sempre il “tutto esaurito”. Nell’estate del 2009 è stato ospitato da diversi festival siciliani, tra cui le Orestiadi di Gibellina e Taormina Arte. Ha toccato vari centri dell’Isola (da Catania, ospite del cartellone del Teatro Stabile etneo, ad Enna – qui ha anche effettuato due recite straordinarie all’interno del carcere, primo spettacolo di tematica omosessuale proposto in un penitenziario italiano). Nell’aprile 2010 è stato ospite al Teatro Piave di Santo Stefano di Cadore della rassegna “Un ponte culturale per la convivenza civile nella legalità”.

Giocato sulle corde di un sentimento vero, profondo, universale che coinvolge ed emoziona lo spettatore fin dalle prime battute, “Le mille bolle blu” racconta l’amore che per trent’anni unisce, nella più assoluta clandestinità, Nardino ed Emanuele: barbiere di borgata il primo, avvocato il secondo. La scintilla tra i due giovani scocca nella bottega di Nardino, tra una vecchia poltrona da barberia ed una saracinesca abbassata in fretta. E la bottega diventa il rifugio di questo amore segreto che scorre parallelo alla “normale” vita di mariti e padri di famiglia. Il patto d'amore tra i due protagonisti resterà inossidabile dal 1961, l'anno in cui Mina cantava – appunto – “Le mille bolle blu”, fino agli inizi degli anni ’90 quando Emanuele muore.

“Le mille bolle blu” è tratto dall'omonimo racconto di Salvatore Rizzo, pubblicato in “Muore lentamente chi evita una passione. Diverse storie diverse” (Pietro Vittorietti Edizioni), una raccolta di dieci storie – tutte autentiche – di omosessualità maschile in Sicilia, dai primi anni del Novecento fino ai nostri giorni, di cui Rizzo è autore insieme con Angela Mannino e Maria Elena Vittorietti.

Nato nel 1968, Filippo Luna si diploma nel 1992 alla scuola di teatro dell’INDA di Siracusa. La sua esperienza professionale si divide fra teatro (è stato diretto, tra gli altri, da Thyerry Salmon, Giancarlo Sepe, Franco Però, Roberto Guicciardini, Luciano Nattino, Patrice Kerbradt, Sandro Sequi, Aurelio Gatti), televisione (“Il Commissario Montalbano”, “Squadra Antimafia Palermo”) e cinema (con Emanuele Crialese in “Nuovomondo” e “Terraferma”; con Ficarra e Picone in “La Matassa”; con Donatella Maiorca in “Viola di Mare”).

Con “Le mille bolle blu” ha vinto nel 2010 il premio ANCI per l’interpretazione.